Durante l’emergenza sanitaria Covid 19 l’economia globale è rallentata e l’ambiente è tornato a respirare.  La contrazione delle attività economiche – industriali e le limitazioni del trasporto su strada, hanno contribuito positivamente alla regolazione del clima e degli habitat, frenando la perdita di biodiversità.

Nei mesi di confinamento anti Covid si è misurato un significativo miglioramento della qualità dell’aria e una diminuzione dell’inquinamento acustico, per la riduzione del traffico veicolare e delle emissioni industriali.

Rispetto al periodo pre-Covid, le emissioni globali di CO2 sono calate del 17%. Dati incoraggianti per l’ambiente pubblicati dallo Stanford Woods Institute for the Environment, che avranno tuttavia bassa incidenza sulla crisi climatica.

Effetti del Covid sulla qualità dell’aria

Durante il lockdown e la chiusura delle attività socio-economiche, le stazioni di monitoraggio climatico hanno rilevato una riduzione delle principali sorgenti di inquinamento atmosferico e un conseguente miglioramento della qualità dell’aria.

Report scientifici hanno teorizzato una correlazione tra le  misure di contenimento adottate nelle settimane di emergenza sanitaria e la qualità dell’aria che respiriamo.

A seguito della decelerata dell’economia e del traffico veicolare, le emissioni di biossido di azoto sono diminuite in tutta Europa,  in misura del 61% in Spagna, del 52% in Francia e del 48% nel nostro paese.

E’ con l’arrivo della primavera che si è registrato il maggior calo nell’andamento delle concentrazioni percentuali di NO2, perché oltre alla riduzione del contributo emissivo dell’industria e del trasporto stradale, si sono azzerate le emissioni da riscaldamento domestico.

Considerazioni analoghe valgono anche per le polveri sottili, i  dossier segnalano infatti una tendenza alla diminuzione delle concentrazioni di PM10  rispetto ai valori rilevati nello stesso periodo nel decennio precedente, grande stimolo al cambiamento climatico.

Le misure di isolamento sociale nella lotta al Covid, hanno temporaneamente bloccato gran parte della vita sociale ed economica e la natura ne ha beneficiato.

Gli ambienti urbani  si sono svuotati, le strade desertificate e la natura si è rigenerata,  ridando spazio alla fauna selvatica. Straordinarie le immagini dei pavoni che durante la pandemia passeggiavano lungo le vie spopolate di Nuova Dehli. Surreali le foto dei cigni nei canali di Venezia, le cui acque sono tornate limpide in assenza del flusso di barche e vaporetti.

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L’effetto climatico del Covid, un incantesimo di breve durata

Durante il lockdown è calato il silenzio. La tranquillità ha regnato nelle città deserte. L’aria è diventata più salubre e pulita. Gli impatti della pandemia sull’ambiente sono molteplici ed evidenti, tuttavia la riduzione di alcune  sorgenti di inquinamento antropico rischia di rivelarsi solo un incantesimo di breve durata.

Perché se è vero che il Covid ha temporaneamente abbassato i livelli di inquinamento atmosferico, è altrettanto vero che ha triplicato i quantitativi di rifiuti sanitari e ospedalieri destinati a smaltimento e incenerimento.

Dalla relazione della Commissione Ecomafie su Covid 19, emerge che il nostro paese, in tempi emergenziali, ha prodotto 300mila tonnellate di rifiuti sanitari, riaprendo il problema irrisolto della gestione dei rifiuti.

Il rapporto sottolinea che la mole crescente di rifiuti è originata dall’uso quotidiano e dal ricambio frequente dei DPI (dispositivi di protezione individuale), quali guanti e mascherine.

Per comprendere l’entità dell’aumento, Ecocerved ha condotto un’analisi sui rifiuti sanitari prodotti nei mesi precedenti alla diffusione del virus. Da fonte MUD del 2019, risulta che nel 2018 la produzione nazionale di rifiuti sanitari si è attestata intorno alle 180mila tonnellate, circa la metà dei quantitativi prodotti durante la crisi sanitaria.

Larga percentuale dei rifiuti sanitari  prodotti sono a rischio infettivo e, se non gestiti correttamente, hanno il potenziale di innescare un disastro ecologico.

Emergenza Covid: gestione e raccolta rifiuti sanitari

L’emergenza sanitaria da Covid 19  ha determinato un forte incremento dei rifiuti sanitari destinati a smaltimento e di imballaggi a perdere da immettere sul mercato previo trattamento di recupero.

La quantità in incremento mette in difficoltà il settore rifiuti, per carenza di impianti di destino e di logistica. Scenario che caratterizza tutto il mondo, ma che registra i valori più elevati in Cina, da cui provengono le forniture di mascherina chirurgiche.

Secondo dati statistici ufficiali, nel primo trimestre delle pandemia, la Cina ha smaltito mediamente 240 tonnellate di rifiuti sanitari al giorno.

Per fronteggiare l’aumento esponenziale dei rifiuti, i parcheggi degli ospedali di Wuhan – capoluogo della provincia di Hubei ed epicentro dell’epidemia – sono stati convertiti temporaneamente in discariche e in impianti di sterilizzazione.

Per quanto riguarda le mascherine monouso, secondo i rapporti di iiMedia Research– società di consulenza cinese – la grande potenza asiatica ne ha impiegate 116 milioni solo nel mese di marzo e si vede ora impegnata a mettere in campo strategie efficienti per lo smaltimento.

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Covid 19:  le riflessioni sulla vulnerabilità ambientale

Il Covid e l’insorgenza di malattie infettive sono sintomi dell’urbanizzazione accelerata.

Il coronavirus ha colpito duramente le megalopoli con focolai a Hong Kong, New York, Milano, Parigi e Londra, sollevando riflessioni sull’urbanizzazione estesa, la rapida deforestazione e la vulnerabilità ambientale.

Secondo i ricercatori di Stanford, la perdita di foreste ha ridotto le distanze tra uomo e animali, facilitando la diffusione di virus zoonotici, come accaduto con il SarsCov2.

Inoltre l’espansione demografica ed urbana aumenta le pressioni su suolo e territorio, degradando gli habitat e aumentando il rischio di malattie nelle specie animali.

Nel 2018 l’UE  ha mappato il territorio europeo con l’applicativo Copernicus offrendoci un’immagine dettagliata della copertura del suolo.

L’80% della superficie europea risulta alterata dalla mano dell’uomo, impermeabilizzata con cemento e asfalto o destinata all’agricoltura o alla silvicoltura. Gran parte dei terreni agricoli sono stati convertiti in infrastrutture e 1/3 degli europei ha scelto di vivere in contesti urbani.

Nel primo decennio nel XI secolo è stata cementificata un’area di estensione superficiale pari alla Slovenia, incidendo sugli ecosistemi in termini di  contaminazione, inquinamento, erosione, e degrado. E nelle località più remote,  l’agricoltura intensiva mette a rischio la produttività dei suoli a causa dell’uso di fertilizzanti e pesticidi.

La spinta dell’urbanizzazione è troppo forte per arrestarsi, ma fortunatamente il tasso di crescita delle superfici artificiali sta rallentando, riducendosi da 1 086 km² all’anno tra il 2000 e il 2006 a 711 km² all’anno tra il 2012 e il 2018.

Per conseguire l’obiettivo Europeo di un “consumo netto di suolo pari a zero entro il 2050”, sarà necessario investire nel ripristino di terreni già edificati e nel recupero e nella bonifica dei siti industriali dismessi.

La valorizzazione del patrimonio edilizio esistente è punto fondamentale delle politiche ambientali.

L’Italia del Riciclo

Una corretta gestione dei rifiuti rientra tra i servizi essenziali per assicurare un elevato livello di protezione dell’ambiente e della salute dei cittadini. Servono azioni decisive e coordinate tra imprese, cittadini e pubbliche amministrazioni.

Nel contesto di una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, Ecosole sta compiendo sforzi notevoli per assicurare la continuità della raccolta differenziata, della gestione dei rifiuti e delle attività di recupero  e per contribuire al funzionamento dell’economia circolare.

La società collabora con le Pubbliche Amministrazione  per la micro raccolta degli oli vegetali esausti, mettendo in atto un progetto di responsabilizzazione dei cittadini sul corretto smaltimento dei rifiuti.

Per aumentare la partecipazione della collettività, Ecosole mira alla semplificazione amministrativa e normativa in materia di gestione rifiuti.